|
Gli
accessori del costume
E' sicuro che l'ornamento ha preceduto
di gran lunga il vestire, questo risulta evidente osservando l'atteggiamento
delle popolazioni primitive che gettavano sulle spalle la pelle dell'animale
ucciso per dimostrare la propria forza, e il valore di cui erano capaci,
all'intero popolo. Questo gesto, quasi religioso significava, secondo
la credenza d'allora, che la potenza e l'astuzia dell'animale ucciso
fosse entrata nell'anima del cacciatore, facendolo divenire quasi
invulnerabile. Altri esempi di ciò che è stato appena esposto li si
ha osservando l'uso di adornarsi con collane d'osso e di pietra da
parte di tribù quasi completamente nude e il bisogno di dipingersi
e tatuarsi ogni parte del corpo con l'augurio di spaventare e sconfiggere
gli spiriti maligni in grado di nuocere, soprattutto fra le popolazioni
barbariche che, per istinto e modalità, molto si avvicinavano alle
tribù primitive.
Il mondo degli accessori dell'abito è assai variegato e si può distinguere
in due sottoclassi diverse: quella operata direttamente sul corpo
che veste l'abito, come l'acconciatura e il trucco e quella che ne
fa parte come addobbo esterno, fra cui si elencano: le calze, le calzature,
i gioielli, il cappello e i fazzoletti, la pezza per lo stomaco e
tutta una serie di piccoli particolari più o meno visibili che sono
a completamento dell'abito Nella descrizione delle diverse "mude"
si ricorre spesso agli accessori; questi variano per tessuti, filati,
colori, ricami, ma mai per la funzione che assolvono. Numerosi sono
gli accessori del costume di Grosio, ritenuti assolutamente indispensabili,
perché gli conferiscono quell'eleganza in grado di suscitare riverenza
e lo rendono (nel contesto territoriale valtellinese) unico, appariscente
e in certi casi anche invidiabile.
I gioielli
A
completare l'acconciatura e a mettere in risalto i lineamenti del
viso tutte le donne grosine portavano, e in parte portano ancora oggi,
grandi orecchini d'oro. Particolarità di questi è la tipica forma
ad anello liscio con borchia appiattita sul davanti. Ci sono poi orecchini
utilizzati, generalmente per le feste, lavorati a filigrana. La scollatura
abbastanza profonda della camicia bianca è unita mediante asole con
due bottini in oro o di altri metalli preziosi, e perlati, intorno
ai quali si fa passare un nastro più o meno raffinato fissato in basso
con una spilla. Oltre ai bottoni viene sempre indossata una collana
di granate. Queste sono costituite da pietre preziose con colore tra
il granato e il rubino. La collana di granate costituisce l'ornamento
essenziale del costume, ma di essa viene necessariamente fatta una
distinzione; esistono infatti i curai (cioè la collana di granate
di un giro o due, portata piuttosto alta sul collo ed indossata dalle
ragazze o anche dalle donne con la "muda de tuc' i di") e i "granadi"
cioè la collana di granate vera e propria con 5 o 7 giri fermati da
un "paset", ovvero da una placchetta di metallo prezioso che trattiene
tutti i giri. Originariamente la collana veniva fermata dietro la
nuca con un nastro verde. A volte poteva succedere che oltre alle
granate si indossassero catenine con crocifissi d'oro o d'argento.
Tutti i gioielli di Grosio sembra abbiano provenienza veneziana e
le pietre granate color rosso cupo sembra traggano il loro nome dal
colore dei melograni, detti per l'appunto granate.
I fazzoletti
Nel
costume due sono le funzioni del fazzoletto: una per la testa l'altra
per il collo.
Il fazzoletto "panèt de la testa" è il copricapo usuale per la donna,
portato in ogni situazione di festa o di lavoro. Raramente la donna
è a capo scoperto. La quotidianità vedeva usato un fazzoletto per
la testa di piccole dimensioni di cotone o di lana, a seconda della
stagione, con piccoli motivi floreali con sfondo dalle tonalità per
lo più giallo.
Le donne lo legavano piegato a triangolo ben stretto sulla nuca con
i lembi rivoltati sotto in modo da nascondere completamente i capelli.
La
domenica, giorno da santificare, la donna si vestiva dalla festa indossando
i fazzoletti più belli di lana ricamati con fili di seta, tono su
tono, e bordati con lunghe frange.
Essi si portavano generalmente senza annodarli, e a volte fermati
col mento o con un piccolo anello dentro il quale passare le estremità.
I fazzoletti per le feste variavano nei colori a seconda della liturgia
domenicale o dei riti. Nero, da lutto con frange o senza. Granata
per il periodo quaresimale. Marrone bruciato in genere per tutte le
feste. Bianco il "panet dei ruseti" ,un copricapo unico nel suo genere
che si può definire un vero pezzo d'arte per la maestria delle ricamatrici.
Formato da un rettangolo di lino di cm 100 x 50 finemente orlato con
quattro rosette a forma di fiore a sei petali ognuno diverso e ricamato
con il "punto Venezia" seguendo un disegno impostato su cartoncino.
Esso veniva usato nelle feste solenni, nei cortei funebri e durante
i battesimi. La sposa lo indossava in chiesa, ma al termine della
cerimonia lo cambiava sostituendolo con il cappello nero dalle piume
di struzzo. Al collo si usava un fazzoletto "panèt del còl" piegato
in sbieco, le cui estremità si fissavano sopra la "pèza del stomech"
infilate nel laccio del busto della gonna. Sull'abito contadino prevaleva
il rosso, mentre per il lutto il nero. Nella muda da festa il "panèt"
era ben abbinato e risalta sul corpetto. Una nota particolare merita
il "panèt di franzi" da sposa in seta gialla con frange sistemato
a mo' di scialle, è fissato sul davanti a coprire la camicia bianca.
Un
copricapo particolare:il cappello

Il cappello, accessorio elegante del costume, è indossato nelle cerimonie
importanti. E' di feltro nero, prodotto nel vicentino e portato in
tempi lontani dagli emigranti alle loro donne. Vengono fissate sulla
parte sinistra del cappello le piume di struzzo di un nero brillante.
La
"pèza de stomèch"
La"
pèza del stomèch" è generalmente costituita da un panno a forma triangolare,
trapuntato e con fodera di canapa.
Il colore in cui veniva realizzato era quasi sempre il rosso e spesso
aveva una bordura verde. I tipi più eleganti, utilizzati per le feste
e per i matrimoni, potevano essere finemente ricamati. Per la "mùda
da lutto" il colore dominante era il verde. Le stoffe migliori per
la sua realizzazione provenivano da Venezia, anche se le pèze erano
generalmente nascoste fra "la traversa sòt" e la "gonna del stràsc"
per coprirne l' apertura anteriore, sopra lo stomaco. Un tempo per
renderla rigida si utilizzavano stecche in legno che fungevano da
sostegno per il seno, al pari di un primordiale reggiseno. La pèza
veniva sistemata in modo che il lembo superiore fosse a filo con l'
orlo "del bùst". Alcuni tipi di pèza allungata avevano lo scopo di
proteggere dal freddo (considerando che al stràsc ha sul davanti un'
apertura molto ampia).
Un
aneddoto divertente
Dopo gli anni sessanta il costume
ha iniziato il suo declino soprattutto fra le donne più giovani. L'influenza
e la diffusione dei mezzi di informazione coinvolse anche Grosio e
inevitabilmente la moda decretò il lento declino dell'uso del costume
e fu così che il secolare abito venne relegato in un vecchio scrigno
fra tante palline di naftalina.Una signora "d'altri tempi", con ilarità,
raccontò di quando come dovendo andare fuori Grosio, in visita a un
parente, volle indossare per la prima volta un vestito con la sua
adeguata biancheria intima. La scelta non si rivelò fortunata soprattutto
per il reggiseno che fra tutti quegli indumenti, mai indossati, si
dimostrò fastidiosissimo e quasi insopportabile.Per "riprendere a
respirare con normalità" (così lei disse), sfoderò il suo "pudait"
(coltello richiudile) e tagliò ogni spallina e gancio, facendo a meno
di quell'oggetto imbrigliante.
Le calzature
Le
donne usavano portare ai piedi in base ai lavori svolti tipi diversi
di calzature. I "sciupèi" calzatura con suola di legno generalmente
di larice o pino era la tipica scarpa per i lavori di campagna e gli
spostamenti lungo i sentieri di montagna. Dalla forma curiosa con
la punta rivolta verso l'alto alla suola veniva inchiodata la tomaia
di cuoio con brocche di fero o ottone.
I lembi della tomaia erano chiusi con stringhe. Sotto la suola per
favorire l'aderenza al terreno venivano inchiodate delle brocche "paloti
o i fus". Le donne che hanno portato gli sciupei garantiscono fossero
calzature comode ed efficienti. Più usuali erano gli zoccoli con suola
in legno e due liste di pelle nera allacciate sopra il piede con una
fettuccia verde. Sia per gli uomini che per le donne, in particolari
situazioni climatiche di pioggia o neve, venivano applicati sopra
i sciupei i "traùch" calze fitte e grosse che fungevano da stivali.
Nell'ambiente contadino l'impiego del legno per ottenere suole per
calzature era molto diffuso, per salvaguardare il patrimonio boschivo
delle resinose furono emesse in provincia ordinanze dalla Prefettura
di Sondrio che vietava la fabbricazione di zoccoli e simili, senz'altro
il bisogno di fornire scarpe, soprattutto ai figli, fu probabilmente
più forte del divieto imposto dalla norma. Sui capi importanti, della
festa invece si calzavano scarpe nere con tacco di 4 cm, in origine
le scarpe eleganti erano le "sciabò", realizzate utilizzando una forma
in legno inchiodato con stecchetti. Ambidestre, modello decoltè a
coda di rondine erano arricchite da fibbia anche d'argento, con pietre
di diamante e fiocco nero di raso. Dopo gli anni cinquanta le donne
iniziano a portare comode ciabatte di pelle con suola di gomma, ma
c'è chi ricorda la fabbricazione dei semplici "pedui" scarpette di
panno o tela con suola trapuntata da indossare in "stua" soprattutto
dalle più anziane.
|