INTRODUZIONE
LE MATERIE SCRITTORIE
L'OPERA DEGLI AMANUENSI
LE BIBLIOTECHE
LA STORIA DEL LIBRO
I DOCUMENTI DIGITALI
FONTI ...................................................................................................................................31
In senso ampio si può dire
che i primi testi risalgono al Paleolitico. Infatti le più
antiche forme di scrittura sono circa di 50.000 anni fa: si tratta
degli affreschi della grotta di Lascaux, che, secondo alcuni paletnologi
rappresentano una mitografia (racconto disegnato... come
i nostri fumetti). Si parla in questo caso di scrittura pittografica.
Risalendo un po' nella storia troviamo la scrittura ideografica degli egizi, popoli mesopotamici e dei cinesi, fatta di "simboli per parole", non più "simboli per cose". Di questo tipo di testi si parla all'inizio del primo capitolo
Poi (almeno nel mondo Occidentale) la scrittura è diventata fonetica, cioè alla base sta il suono della parola, che viene scomposta in lettere ognuna dal suo particolare suono e col suo particolare simbolo alfabetico. Questi scritti trovano un supporto nella pergamena e nella carta, conservate e custodite in migliaia di musei e biblioteche.
I più famosi conservatori di testi, o meglio, di libri, sono i monaci amanuensi: pazienti copisti che col loro lavoro salvarono dalla distruzione le opere degli antichi autori greci e latini.
Con l'invenzione della stampa,
la riproduzione dei libri si fece molto più rapida e senza
il rischio che la distrazione o la pudicizia di un monaco stravolgessero
il contenuto di un'opera!
Ma arriviamo ad oggi: questa è
l'era dell'informazione digitale, quel tipo di informazione
che naviga via Internet. Da tutti osannata svela invece i suoi
difetti e i suoi problemi di conservazione, enormemente più
complessi rispetto ad un libro di carta.
Iscrizioni si possono ritrovare
su pietra, marmo, osso, bronzo, legno, gusci di tartaruga ed altri
innumerevoli supporti: il bisogno dell'uomo di trasmettere trovò
soddisfazione nei materiali più svariati, man mano adattati
per una maggiore economicità, comodità d'uso e di
trasporto.
Il legno fu uno dei materiali più usati in principio: il libro cinese (3.000 a. C.) era costituito da tavolette di legno, ma dopo la distruzione ordinata dall'imperatore Tsin Sciuan-ti (per vendicarsi di colore che avevano scritto contro di lui), i cinesi passarono agli ideogrammi su seta, tessuto troppo costoso per essere adottato diffusamente.
In Grecia e nel mondo romano su
usarono tavolette di legno verniciate di bianco (dealbatae)
o cerate dove si scriveva con lostilo (asticciola di metallo
o di osso); le tavolette erano unite fra loro per mezzo di legacci
attraverso fori lungo il bordo interno.
Meno ingombrante era l'uso della
scorza d'albero; dal suo nome deriva la parola libro (infatti
sia il greco byblos che il latino liber significavano
originariamente scorza secondaria, tra legno e corteccia).
Tipiche degli assiro-babilonesi furono le tavolette d'argilla sulle quali venivano incisi i caratteri cuneiformi prima che il composto s'indurisse.
Migliaia di tavolette furono
recuperate grazie al ritrovamento della biblioteca del re Assurbanipàl
nel palazzo reale di Nìnive.
Ma questo genere di supporti,
voluminosi e di non agevole iscrizione, impedivano di elaborare
testi lunghi e vincolavano lo sviluppo della scrittura. Infatti
gli aspri cunei assiro-babilonesi erano nati dalla necessità
di semplificare i simboli con cui incidere le tavolette; le tavolette
verniciate erano utili solo per registrare brevi appunti ed i
cinesi poterono passare ad eleganti ideogrammi solo con l'abbandono
del legno per la seta. Gli egizi, invece, che avevano scoperto
il comodo papiro, si inventarono una scrittura tutta di immagini,
impensabile su di un supporto diverso.
Il papiro veniva usato in Egitto
già da prima del 3.000 a.C. e fu poi gradualmente introdotto
in tutti i paesi del Mediterraneo: in Grecia nel VII secolo a.C.,
nell'area ellenistica e nel mondo romano nel II secolo.
Produzione: il
foglio si ottiene dalla pianta di papiro il cui stelo veniva tagliato
e diviso in pezzi di 10-30 centimetri.
A tali pezzi si toglieva
la corteccia; dalla parte interna si ricavavano sottili strisce
le quali venivano allineate su un piano orizzontale a formare
uno strato continuo su cui si poneva trasversalmente un secondo
strato. Inumiditi, martellati, torchiati e poi lasciati asciugare,
i due strati, ormai ridotti ad un tutto unico, costituivano la
cosiddetta plagula, flessibile, di superficie liscia e
dal colore che andava dal bruno fin quasi al bianco a seconda
della qualità. Più fogli incollati uno accanto
all'altro con colla di farina formavano una lunga banda usata
a rotolo o volume. I rotoli, avvolti su bastoncini di avorio o
di legno con attaccata una listarella di pelle recante il titolo
del testo trascritto erano conservati in grandi capsae
o thecae cilindriche o collocati in scaffali aperti.
Conservazione: la scarsa resistenza del papiro agli agenti atmosferici, soprattutto umidità, ha determinato la perdita di innumerevoli documenti, quelli giunti a noi erano conservati nelle tombe e nelle aride e asettiche sabbie del deserto. Anche nelle condizioni climatiche più favorevoli (atmosfera asciutta e moderata azione luminosa) il colore tende ad inscurirsi fino, addirittura, a divenire nerastro. Se l'incollatura fra i due strati sovrapposti di fibre non è molto salda, si disgrega spontaneamente; il solo dispiegamento ed avvolgimento ripetuto comportano danni.
Nel 1752 vennero ritrovati,
presso la suppellettile di Ercolano, volumi carbonizzati (papiri
ercolanei). Numerosi furono gli espedienti tentati per svolgere
e conservare i papiri, ma ogni prova corrispondeva alla perdita
di numerosi rotoli. L'unico sistema che si rivelò efficace,
ma solo per alcuni testi, fu quello di padre Antonio Piaggio.
La pergamena era utilizzata fin
dall'epoca antica: la più antica conservata è un
documento greco del II secolo a.C..
Il nome deriva da Pergamo,
dove divenne il materiale scrittorio corrente e la tecnica di
preparazione perfezionata.
Produzione: si
usavano pelli di vitello, capra e pecora che venivano sgrassate
e passate con la pietra pomice per diventare lisce e sottili.
I fogli di pergamena erano presenti sia in forma di rotolo, come
il papiro, sia in codici, costituiti da gruppi di fogli riuniti
in fascicoli cuciti tra loro e tenuti da legature ( in genere
di legno ricoperto di pelle).
Conservazione:
la pergamena è il materiale scrittorio più resistente
al tempo. Grazie alla sua struttura coriacea, solida ed elastica,
il logorio per lungo e frequente uso è molto più
lento che per altri materiali. Inoltre possiede una superficie
grassa che resiste anche ai climi umidi. L'eccessiva umidità
provoca però un progressivo ammollimento e macerazione
della pergamena; si producono fori e lacerazioni. La maggiore
o minore resistenza dipende dai metodi di concia.
Dal papiro alla pergamena: la pergamena era più resistente ed economica del papiro, poteva essere scritta su entrambe le facce, agevolmente raschiata e di nuovo impiegata per un'ulteriore scrittura e non si deteriorava con la stessa facilità del papiro. Tutte queste caratteristiche contribuirono a diffondere l'uso della pergamena, inizialmente nella forma di rotolo (per imitare il più fortunato papiro) e poi, dal IV secolo d.C., come codice. La sua fortuna fu segnata dalla diffusione della primitiva letteratura cristiana e, nel Medioevo, la pergamena divenne il materiale più diffuso. Il papiro continuava ad essere usato per i testi profani della letteratura latina e greca, mentre la pergamena diveniva il supporto per la letteratura cristiana.
Fra il IV e il V secolo si assistette alla codicizzazione, cioè il trasferimento di molti testi della cultura classica dai volumi di papiro ai codici di pergamena. In tale operazione trascrittoria si procurarono guasti in numerose opere, altre vennero trascurate e per per questo perdute.
Si usava cancellare la scrittura
raschiando con la pomice, si poteva così riutilizzare la
stessa materia scrittoria per riprodurvi testi considerati validi
al posto di opere ritenute superate.
Pare che la fabbricazione della carta risalga al I secolo d.C. e sia dovuta ad un cinese: il dignitario di corte Ts'ai Lun, che nel 123 a. C. che insegnò a produrla dalle fibre del gelso, dall'erba cinese e dalla canna di bambù.
I più antichi documenti
cartacei, contenenti testi buddhistici, risalgono al II e III
secolo d.C. e sono conservati al British Museum di Londra e alla
Bibliothèque Nationale di Parigi .
Produzione:
la prima fabbrica fu impiantata dagli Arabi a Samarcanda nel 751
d.C.. La carta veniva ottenuta da stracci di lino, canapa e cotone.
In Italia le prime cartiere si ebbero a partire del sec. XIV,
in Francia dalla prima metà del sec. XIV, in Germania verso
la fine dello stesso secolo, in Svizzera, Belgio, Polonia e Inghilterra
dal XV sec. I panni venivano ridotti in piccoli pezzi ed amalgamati
in acqua e colla. Il composto veniva poi colorato di bianco con
diverse sostanze, raccolto in strati sottili, pressato ed asciugato.
Conservazione: la carta antica prodotta "a mano" resiste al tempo ed all'uso molto più della carta moderna "a macchina". La prima è formata da fibre tessili lunghe e resistenti, non è stata sottoposta a compressioni eccessive e non è ricca di patine come invece la seconda. I testi cartacei sono danneggiati dal sole, dall'umidità e persino dall'aria, per il processo di ossidazione del ferro contenuto negli inchiostri. L'acqua è assorbita rapidamente ed in gran quantità, sciglie le collature, sgretola le patine e gli impasti, gonfia e deforma le fibre che finiscono per staccarsi e cadere. La carta di ingiallisce, perde lucentezza e diviene di superficie irregolare.
Nell'antichità romana il lavoro calligrafico era affidato a servi litterati: schiavi che per loro talento e cultura potevano essere chiamati copisti (librarii) o segretari (amanuenses o servi ab epistulis).
Nel I secolo a.C. cominciò ad affermarsi la figura dell'editore-libraio il quale reclutava più copisti e li adibiva a produzione celere, che però non dava sempre garanzia di esattezza e precisione, infatti si avevano spesso elaborazioni con errori.
Con il tramonto della potenza romana la funzione di copista passò ai monaci amanuensi. I monasteri erano affiancati da officine scrittorie dette scriptorium. Ivi potevano accedere solo i superiori del monastero, i maestri, il bibliotecario e i copisti. Il loro lavoro era molto stressante e d'obbligo il silenzio. Occorreva un anno intero per la trascrizione di una Bibbia.
Alla fine dell'Antichità
vennero facilitati, poichè si era abbandonato il rotolo
di papiro e si era adottato il libro in pergamena (codex). Ciò
permise di fare a meno di un lettore in quanto si poteva leggere
il testo tenendolo con una mano e srivere con l'altra, favorendo
la lettura mentale, la meditazione e la copiatura dei testi. Il
libro da copiare era sistemato su un pulpito e l'amanuense utilizzava
per scrivere un pezzo di canna o una piuma d'uccello e si scriveva
sulle ginocchia, su una panca o su un tavolo. Preliminarmente
era necessario tracciare a punta secca linee e tratti verticali
per determinare i margini e le colonne. La trascrizione poteva
avvenire sotto dettatura, in questo caso il lavoro veniva eseguito
da più copisti per riprodurre simultaneamente più
copie. Se si richiedeva una copia rapida, l'originale veniva
diviso in parti ed affidato a diversi amanuensi.
Con la caduta dell'Impero d'Occidente inizia il Medioevo, in questo periodo la scrittura deve la sua sopravvivenza solo al soccorso della religione. Durante le invasioni barbariche la Chiesa monastica raccolse ed adattò l'eredità degli antichi assicurandone il trasferimento.
I fondatori dei primi monasteri
avevano tutt'altro obiettivo: il voto alla preghiera ed all'ascesi.
Dopo il concilio di Aix del 817 si diffuse nei monasteri la regola
di san Benedetto da Norcia ispirata ai principi di preghiera
e lavoro e dove la lettura aveva un posto privilegiato: i monaci
dovevano dedicarsi alla lettura personale, in seguito li si portò
a copiare le opere sacre ed i testi antichi.
Inizialmente la Chiesa tenne
un atteggiamento polemico nei confronti della cultura pagana (es.
incendio della biblioteca di Alessandria): da una parte i cristiani
allestivano testi sacri, dall'altra i pagani raccoglievano tutto
il materiale classico. Con il tramonto della potenza romana cristianesimo
e classicismo si riconciliarono (significativa la fondazione del
monastero di Vivarium con annessa officina scrittoria in cui si
ricopiavano anche testi profani) e se inizialmente la copiatura
e traduzione dei testi precristiani era stata volta a fornire
strumenti di difesa dei modelli culturali contro gli eretici ed
i pagani, in seguito la Chiesa si accorse di poter evocare i fantasmi
delle culture precedenti senza correre il rischio di cadervi,
anzi, le letture profane avrebbero aiutato una migliore comprensione
delle Sacre Scritture.
Il termine biblioteca indica la sala o l'edificio in cui sono ordinati e custoditi con opportuni cataloghi i libri.
La formazione delle prime biblioteche
è probabile si sia avuta già quando cominciarono
ad elaborarsi i primi documenti scritti: l'uomo avrà probabilmente
desiderato, fin dai tempi più remoti, conservare l'espressione
scritta del suo agire e del suo pensare per tramandarla.
Nascita: le biblioteche più antiche delle quali si sono ritrovate tracce, risalgono almeno al terzo millennio; così furono conservati i libri sacri degli Ebrei, dei Cinesi ed i poemi religiosi dell'India e della Persia.
Famose la biblioteca di Lagash in Mesopotamia di cui nel secolo scorso si recuperarono circa 100.000 tavolette d'argilla; la biblioteca di Khattusas, capitale del regno degli Ittiti, e soprattutto la biblioteca di Alessandria.
La biblioteca fu fondata nel
233 a.C. da Tolomeo Sotere e conteneva, secondo la tradizione,
molte migliaia di papiri. Era divisa in due sezioni: la Bruchion
e la Serapeion. La biblioteca del Bruchion fu distrutta dal fuoco
delle navi romane durante l'assedio posto da Cesare nel 47 a.C..
Fu poi risarcita del danno con 200.000 volumi della biblioteca
di Pergamo donati da Antonio a Cleopatra; potè così
continuare ad essere centro importante di cultura greca fino a
che l'imperatore Aureliano la fece radere al suolo nel conflitto
con la regina Zenobia (270-275 d.C.). La biblioteca del Serapeion
cessò di esistere in seguito al saccheggio subito dai cristiani
nel IV secolo.
Cristianesimo: si
iniziò una nuova fase: presso le scuole vescovili e catechistiche
furono trascritti testi sacri e religiosi che poi si conservarono
per essere all'occorrenza letti e meditati. La biblioteca cristiana
più antica è quella di Gerusalemme fondata dal vescovo
Alessandro tra il 212 e il 250.
Medioevo: i
tesori della civiltà greco-latina si salvarono in minima
parte dai saccheggi dei barbari; quelli arrivati a noi furono
custoditi nelle biblioteche bizantine e in quelle delle scuole
episcopali, abbazie e monasteri occidentali. Le biblioteche religiose
svolsero un ruolo fondamentale nella trasmissione della cultura
medioevale.
Rinascimento: uno degli aspetti del Rinascimento e della trasformazione spirituale da esso registrata è costituito dal culto per il mondo classico: le biblioteche dei monasteri vennero frugate in cerca di manoscritti che restituissero all'umanità opere antiche già smarrite o conosciute solo frammentariamente. Le biblioteche si moltiplicarono presso le Università e nei palazzi dei principi.
Nel seicento le biblioteche
diventarono pubbliche e diminuì l'importanza del compito
conservativo della biblioteca a tutto vantaggio della diffusione
della cultura.
Condizioni ambientali: il grado di umidità, l'esposizione, l'areazione influiscono sullo stato di conservazione dei libri.
Umidità: si è già detto come l'umidità porti alla distruzione dei testi su papiro, pergamena e carta, ma anche l'eccessiva asciuttezza ha conseguenze negative: porta alla dissociazione delle fibre per disidratazione. L'uso di cemento armato causa la condensazione del vapore sulla superficie delle pareti (essendo materiale impermeabile), in questo modo l'acqua viene lentamente riassorbita dalla carta che si ammollisce. Nell'Italia meridionale è stato spesso usato il tufo che assorbe umidità dal sottosuolo e non è quindi indicato per una biblioteca.
Esposizione: la luce solare ha elevato potere sterilizzante, ma ,se diretta, può favorire lo sviluppo di uova e larve d'insetti e danneggia i libri. Bisogna evitare che ci siano reparti di profonda ombra o nei quali non giunga luce naturale: è preferibile la luce diffusa indiretta.
Nelle biblioteche antiche si prevedeva, stando alle norme architettoniche dettate da Vitruvio, l'esposizione a oriente della biblioteca.
<<Le stanze da letto e
le biblioteche siano rivolte ad oriente, in quanto è per
esse più utile un'illuminazione mattutina. Così,
inoltre, i libri nelle biblioteche non si guasteranno, come succede
quando sono invece esposte a sud o ad ovest. In questi casi, infatti,
i libri si rovinano per l'azione delle tignole e dell'umidità;
soprattutto quest'ultima, portata ed alimentata dai venti umidi,
penetra nei volumi, li ingiallisce e li corrompe.>>
Areazione: gli scambi e le correnti atmosferiche sono indispensabili per la conservazione: esercitano azione purificatrice, ossidante e parassiticida, correggono gli eccessi e difetti di umidità e le correnti giovano, col loro attrito, ad allontanare animali e germi patogeni.
Nelle biblioteche antiche venivano prese misure precauzionali per mantenere i manoscritti in buono stato di conservazione: nella biblioteca di Pergamo c'era tra muri e scaffali un corridoio per agevolare la circolazione dell'aria e ad evitare quindi il deterioramento dei rotoli; nella biblioteca di Efeso c'era per lo stesso scopo una galleria tra le pareti della sala e i muri esterni. Da quando la produzione tipografica si è fatta più celere e si è creato il bisogno di ammassare in breve spazio ingenti quantità di volumi, gli scaffali non sono più stati disposti lungo le pareti, ma in molteplici file intermedie. Questo tipo di disposizione favorisce il sorgere di processi patogeni, muffe, batteri e insetti, se non è adeguatamente areato e soleggiato.
In precedenza i libri erano conservati
in scaffali aperti, per cui la luce e l'aria, entrando da molteplici
finestre, svolgevano la loro azione preservatrice. Dove furono
usate chiusure a vetro o di legno si determinarono danni da spore,
batteri o insetti.
Fattori dannosi: polvere, muffe, batteri ed insetti possono attaccare il libro e deteriorarlo. Questi fattori erano conosciuti fin dai tempi antichi e combattuti.
Polvere: il pulviscolo atmosferico è un miscuglio di sostanze minerali, vegetali e animali messe in moto da correnti atmosferiche o sospese in aria. La polvere si adagia lentamente e sui libri e vi aderisce. I detriti acidi esplicano così la loro azione nociva e creano un ambiente ideale per lo sviluppo dei batteri.
In alcune antiche biblioteche, per impedire alla polvere di posarsi sui libri, venivano attaccati lungo l'orlo di ciascun palchetto dei brevi veli che coprivano il vuoto tra un palchetto ed i libri sottostanti.
Tutt'oggi viene spesso ripetuta l'operazione di spolveratura, per cui si sbattono e spazzolano i libri in tutte le loro parti. Ciò consente di allontanare dal materiale gli agenti dannosi e di dare ad esso aria e luce.
Muffe e batteri: molte macchie di antico non sono dovute all'umidità, ma a microrganismi che si nutrono della cellulosa. L'umidità ne favorisce lo sviluppo.
La carta antica, pur essendo più resistente agli agenti atmosferici, risulta vulnerabile rispetto ai microbi, ai quali la carta moderna è invece meno soggetta.
Insetti: molti sono gli insetti che si cibano dei libri e numerose furono le loro invasioni che portarono alla distruzione di intere biblioteche. Condizioni favorevoli allo sviluppo di colonie d'insetti sono offerte da crepe e discontinuità interne della muratura. La luce solae diretta e l'umidità ne favoriscono lo sviluppo e, in mancanza di una buona areazione, il male si propaga velocemente.
Oltre agli insetti anche un piccolo
mammifero attacca i libri: il topo.
Orientamento e struttura delle biblioteche: nella costruzione delle nuove biblioteche bibliotecari ed ingegneri si occuparono soprattutto di subordinare la distribuzione dei vari reparti alla maggiore possibile celerità dei servizi. Invece il primo canone da tener presente nella costruzione di una biblioteca è la ricerca di una località ed un orientamento atti a garantire le migliori condizioni per la lunga conservazione del materiale librario.
Localizzazione: l'area deve consentire ulteriori sviluppi dell'istituto, deve essere lontana da vie polverose, da quartieri industriali e da laboratori e da stabilimenti da cui emanino vapori o gas nocivi al libro, da musei zoologici, da concerie, da depositi di tabacco. Il suolo ed il sottosuolo non devono contenere vene di acqua sorgiva, eccessi di sali nitrosi, termitiere, formicai e simili. Non sono adatte località nebbiose e molto vicine a fiumi, laghi e mare ed in generale esposte ad eccessi di umidità.
Orientamento: deve evitare che la luce solare diretta colpisca libri e scaffali.
Materiale costruttivo:
il tufo è uno dei più adatti agli scambi osmotici
con l'atmosfera esterna, ma secerne salnitro e altri sali che
creano condizioni avverse alla conservazione; inoltre assorbe
molta acqua. Il cemento armato non è del tutto idoneo in
quanto scarsamente trasparente agli scambi tra atmosfera interna
ed esterna e per i motivi già detti. Sono preferibili le
murature in blocchi di renaria o in laterizio. Le pareti devono
essere di notevole spessore, così che attenuino le temperature
estreme. La muratura deve essere completamente asciutta.
Restauro: il restauro è un'arte dalla tradizione antichissima che tenta di restituire allo stato primitivo opere d'arte intaccate dal tempo o dagli eventi.
Antichi procedimenti di restauro: non sempre il restauratore era in possesso di conoscenze adeguate: le tecniche si basavano sull'esperienza, non avevano basi scientifiche e, a volte, si procedeva per tentativi (come per i papiri ercolanesi) con risultati a volte negativi. Tasselli, rifiniture marginali, rinforzi alla ripiegatura del foglio furono operati senza la necessaria perizia: per difetto di tecnica talvolta i lembi delle toppe hanno seppellito lettere o tratti, o le sbavature di colle forti hanno danneggiato il testo, o su le perforazioni della pergamena sono state appiccicati pezzi di carta.
Nel periodo umanistico il cresciuto commercio e la valorizzazione filologica degli antichi testi contribuirono a dare nuovo impulso all'arte del restauro
Fasi del restauro: - operazioni preliminari: si esamina lo stato di conservazione del libro per rendersi conto delle alterazioni
- scucitura: il libro deve essere scucito e scomposto nelle singole parti che lo costituiscono
- lavatura: i fogli vanno puliti in tutte le parti: liberati dalla polvere, da macchie, disinfettati e disinfestati.
- spianamento dei fogli: per restituire la forma e la consistenza primitive
- rattoppo dei fori
- velatura: quando la carta è perforata o indebolita la si rafforza e protegge con crepeline
- legatura e rifiniture
I libri vengono tenuti nella penombra, in quanto soffrono della luce diretta.
Il libro di biblioteca è
soggetto ad un'usura più sostanziale dei libri "personali":
sono usati da più persone e non tutti li trattano in modo
accorto.
Le precauzioni contro il degrado del libro sono diverse, bisogna distinguere il "tipo" di libro:
- cinquecentine: manoscritti che risalgono al '400 e al '500. Hanno bisogno di una cura particolare
- libro antico: stampato prima del 1830, quindi con tecniche ancora artigianali. Quando è necessario restaurarli, questi libri vengono inviati a laboratori specializzati che devono essere iscritti ad un apposito Albo ed ottenere l'approvazione di grandi biblioteche (alcuni di questi laboratori si trovano presso conventi). Le fasi seguite sono quelle viste alla fine del precedente paragrafo. Si tratta di un lavoro di alta specializzazione, comporta quindi alti costi.
- libro moderno: stampato nell'800. Questi libri presentano grossi problemi di conservazione: nel XIX secolo si sviluppa la stampa di massa e viene prestata meno cura ai libri, le cui carte ed inchiostri sono di bassa qualità. Sono infatti soggetti a sbriciolamento e forte ossidazione. Il libro moderno viene rilegato con sovraccoperte di protezione plastiche che sostengono le cuciture e i dorsi e proteggono dalla polvere.
- libro corrente: stampato
in questo secolo. Può essere sottoposto ad un lavoro di
legatura presso laboratori artigianali locali. Così anche
le riviste senza copertura e i libri moderni se presentano rotture
nel dorso o scuciture.
A seconda del personale disponibile,
viene mensilmente effettuata l'operazione di spolveratura a fondo
dei libri ( vedi paragrafo precedente: "Fattori dannosi:
Polvere")
Si è già detto che
la parola "libro" deriva dal latino liber , ma
non si può condiderare LIBRO qualsiasi iscrizione su scorza
d'albero o altro materiale: il libro propriamente detto nasce
quando la capacità dell'uomo di elaborare immagini e connettere
idee e concetti trapassa dalla forma orale a quella scritta con
carattere di messaggio destinato a raggiungere il lettore. D'altra
parte, nonostante si consideri normalmente "libro"
un volume di fogli cuciti insieme, non sarebbe corretto escludere
le serie di tavolette cinesi, o il codice di Hammurabi, o l' Illiade
di Omero.
Antichità: la cultura ed il libro furono importanti in tutto il periodo antico: fin dagli scribi egizi, la capacità di scrivere era una condizione di distinzione; nella cultura greca filosofi ed artisti erano quasi venerati e già esistevano le biblioteche (Aristotele è considerato il primo raccoglitore di libri).
Con l'affermarsi del Cristianesimo il libro cominciò ad assumere la funzione di tramite dei valori sacri del nuovo messaggio religioso.
Medioevo: fu con la caduta dell'impero romano che la cultura decadde: per alcuni secoli il libro circolò in misura assai minore, perché si scriveva, si pubblicava e si leggeva sempre di meno.
Nei secoli delle invasioni barbariche
la funzione di recupero e di sviluppo della cultura greca fu svolta
dall'Impero d'Oriente e dagli Arabi, che dopo la prima ondata
di conquiste, segnata anche da violenze e distruzioni di biblioteche,
si rivelarono amanti della cultura e custodi dei libri (famose
le biblioteche di Baghdad, Cairo e Cordoba). In Europa fu soprattutto
l'Ordine benedettino a conservare il libro ed in genere la cultura
fin dagli inizi del sec. VI col lavoro degli amanuensi.
Umanesimo: l'arte della scrittura rimase affidata ai religiosi fino a che, col primo sorgere delle scuole giuridiche, si crearono condizioni favorevoli per l'organizzazione di scriptoria laici. Il libro da esercizio di disciplina spirituale divenne merce di largo consumo, di qui la produzione in grande numero e a basso costo e la standardizzazione dell'unità grafica e strutturale.
Con l'umanesimo il gusto venne
raffinandosi: si richiedevano codici non comuni prodotti artigianali,
ma espressione di autentica arte, perfetti per qualità
di pergamena, eleganza e regolarità di scrittura.
La "stampa" è
l'arte di riprodurre libri in un numero indefinito di copie partendo
da un'unica matrice. L'uso di stampare testi mediante pietre e
tavolette in legno (xilografia) vigeva già nell'antica
Cina e nota era in Italia fin dal 1300. Da questa tradizione
nacque la stampa a caratteri mobili (tipografia), inventata
di Johann Gensfleisch zum Gutemberg verso la metà del XV
secolo.
Cinquecento: la produzione libraria si espanse quantitativamente e la stampa sostituì la produzione manuale. Le esigenze di lettura e di studio individuale dell'intellettuale umanista determinarono il successo del libro di piccolo formato.
Ma non fu tanto l'allargamento del pubblico a determinare il successo della stampa, quanto gli interessi di istituzioni politiche ed ecclesiastiche che, da committenti di ordini, bandi, avvisi, ecc., diventarono controllori. Se da una parte favorivano i tipografi concedendo privilegi (diritto esclusivo alla riproduzione delle opere approvate dalle autorità), dall'altra li limitavano imponendo censure, sia politiche che religiose.
La censura preventiva fu esercitata fin dagli inizi da autorità ecclesiastiche e dalle università. L'approvazione era data da formule come Imprimatur e Testamur.
La censura ecclesiastica si esprimeva anche nell'Indice dei libri proibiti, che cioè potevano danneggiare nella fede e nella morale per cui non dovevano essere letti dai fedeli, e si può far risalire al 1501: anno dell'emanazione della bolla di Alessandro VI. In seguito alla Riforma (Concilio di Trento del 1549) il controllo ideologico fu molto rigoroso sia da parte degli stati protestanti che da parte della Chiesa.
Il primo Index librorum prohibitorum
ufficiale fu compiuto, per ordine di Paolo IV, dal Santo Uffizio
nel 1557. L'indice fu soppresso da Paolo VI con decreto del dicembre
1966.
Seicento: si assistette ad una diffusione capillare delle officine tipografiche, anche nei piccoli centri. L'attività editoriale si andava configurando sempre più come un processo di tipo industriale: la stampa fu standardizzata ed il progressivo commercializzarsi della tipografia comportò il prevalere della quantità sulla qualità, della forma sulla sostanza. Fu così che si ebbero edizioni trascurate nei testi, stampate su carta scadente, ma sovraccariche di fregi e rifiniture, con frontespizi occupati da artificiosi complessi di motivi e allegorie baroccheggianti.
Intanto si affermava la stampa
periodica.
Settecento: con
l'Illuminismo crebbe l'esigenza di comunicazione culturale. Il
periodico si diffuse e nacque il giornale politico e di opinione.
Il libro illustrato e il libro corrente di poco prezzo furono
l'espressione della nuova realtà socio-culturale che puntava
alla estensione della conoscenza nel popolo. Contemporaneamente
salì il livello tecnico-artistico delle tipografie.
Il libro manoscritto conservò
in questi secolialcuni spazi di mercato: oltre alla produzione
di codici di lusso a scopo di celebrazione o omaggio, accolse
i testi della cultura popolare e proibiti, che non avrebbero potuto
circolare diversamente. La produzione del libro manoscritto non
può assumere carattere concorrenziale alla tipografia,
ma risponde a una esigenza di comunicazione più libera
e informale.
Ottocento:
fu introdotto il torchio meccanico, l'intero ciclo di produzione
del libro venne meccanizzato: si passò dall'artigianato
all'industria. La qualità era elevata, mentre il prezzo
si riduceva, così il libro si diffuse tra le masse.
Novecento: all'inizio del nostro secolo libri e giornali erano già oggetti comuni.
Col fascismo il libro diventa
strumento di organizzazione e sostegno del regime e solo dopo
la Seconda Guerra Mondiale riconquista la sua libertà.
E oggi non c'è più solo il libro, che, d'altronde, è sempre meno letto. I testi non vengono prodotti solo su carta: questa è l'era della tecnologia digitale.
Un documento digitale si distingue dal documento cartaceo per il supporto (elettronico) e per il modo in cui sono rappresentati i dati (discreto). Questo vuol dire che ha bisogno di essere tradotto in linguaggio naturale da una macchina (elaboratore).
Jeff Rthenberg, nell'articolo "La conservazione dei documenti digitali" (vedi "FONTI"), porta l'esempio di una lettera e di un CD-rom trovati nel 2045 dai nipoti. La lettera svela che nel CD-rom è contenuta la chiave per mettere le mani sul patrimonio, ma.... dove trovare un dispositivo che accetti il disco ed un software in grado di interpretarlo? Come dice lo stesso Rthenberg:
<<La lettera possiede
l'invidiabile caratteristica di poter essere letta senza alcun
strumento o macchinario e senza particolari conoscenze oltre quella
della lingua in cui è scritta. Potendo essere ricopiata
alla perfezione, l'informatica digitale viene spesso magnificata
per il fatto di durare illimitatamente, ma in realtà, dato
che hardware e software cambiano di continuo, tra cinquanta anni
solo la lettera scritta su carta sarà leggibile senza problemi>>
L'interpretazione del contenuto: il problema maggiore è l'interpretazione corretta del contenuto. Le informazioni digitali sono rappresentate da cifre binarie 0 e 1 (bit) ed ogni gruppo di cifre (flusso di bit o byte) rappresenta un'informazione.
- Per estrarre i byte dal flusso è necessario conoscere la lunghezza di un byte. Per specificare questa lunghezza sui può codificare una chiave all'inizio del flusso, ma questa sarà a sua volta rappresentata da un byte di una certa lunghezza, quindi il lettore avrà bisogno di un'altra chiave per leggere la prima. La soluzione di un problema ricorsivo di questo tipo è chiamata Bootstrap o autoelevazione. Il bootstrap fornisce un contesto che spieghi come interpretare il supporto di registrazione digitale. Nell'esempio la funzione è assolta dalla lettera.
- Dopo aver diviso correttamente in byte il flusso si deve affrontare un altro problema l'interpretazione dei byte. Un flusso può rappresentare quasi tutto, da una successione di interi a una matrice di punti in un'immagine. Occorre conoscere lo schema di codifica; si tratta ancora di un problema ricorsivo per cui si dovrà fornire un contesto leggibile che funga da bootstrap.
- Una volta che il flusso di bit è stato letto, bisogna interpretare l'informazione contenuta: per lo più i file contengono informazioni che hanno senso solo per il software che li ha creati ( es.: i file per la videoscrittura contengono istruzioni relative ai caratteri, all'impaginazione e alla struttura). Senza il programma che l'ha prodotto ed è in grado di interpretarlo il documento rimane prigioniero della propria codifica. In certi casi anche un sw simile può almeno in parte interpretare il file, ma la tecnologia informatica crea di continuo nuovi schemi che spesso di allontanano dai predecessori anziché conglobarli.
Se abbiamo bisogno di vedere un documento complesso nella forma che gli è stata data dall'autore, non abbiamo altra scelta che ricorrere al software che l'ha generato.
La conservazione fisica: si
crede che le informazioni digitali non vengano danneggiate dal
tempo, ma i loro supporti fisici sono tutt'altro che eterni: i
dischi possono essere facilmente cancellati da campi magnetici
vaganti, dall'ossidazione e dal deperimento del materiale. Quindi
il contenuto di quasi tutti i supporti digitali svanisce molto
più in fretta delle parole scritte su carta di buona qualità
e spesso i supporti diventano antiquati e inutilizzabili anche
prima di deteriorarsi, quando sostituiti da nuovi formati incompatibili.
| SUPPORTO | ||
| nastro magnetico | 5 anni | |
| nastro video | 5 anni | |
| disco magnetico | 5 anni | |
| disco ottico | 10 anni |
.
Gli archivisti hanno individuato due strategie per conservare i documenti digitali:
1 - tradurli in forme standard indipendenti da qualsiasi sistema informatico
2 - mantenere la leggibilità
dei documenti estendendo la longevità dei sistemi informatici
e del loro software originario
Traduzione in forme standard: tradurre i documenti in forme standard che restino leggibili in futuro significa prima di tutto individuare uno standard, ma oggi non esiste nessuna applicazione diffusa in grado di essere uniformata e non esiste una descrizione formale accettata da tutti di come elaborare l'informazione. Sarebbe vano imporre agli utenti le limitazioni prescritte da questi standard o pretendere, per semplicità, che tutti i documenti digitali contengano solo testo in codice ASCII (che, peraltro, non è l'unico codice di grande diffusione e potrebbe non essere in uso nel futuro). Definire standard a lunga scadenza potrà avere senso quando la scienza dell'informazione avrà fondamenta più formali:
La traduzione dei documenti attraverso
standard provvisori evita la necessità di standard definitivi,
ma ogni traduzione introduce qualche perdita e non è sempre
possibile tradurre in modo sensato un documento da una forma precedente
in una inedita.
Conservazione degli originali: per visualizzare un documento, la soluzione più semplice è utilizzare il programma che l'ha prodotto. Se potessimo dare del suo comportamento una descrizione indipendente da ogni particolare sistema informatico, le generazioni future potrebbero ricreare il software e leggere il documento; ciò richiederebbe una descrizione molto approfondita che oggi non si è in grado di fornire, per cui dobbiamo conservare i programmi che generano i nostri documenti.
L'hardware per eseguire il vecchio
programma si può trovare in musei specializzati e in circoli
di antiquariato informatico che cercano di mantenere in funzione
i vecchi calcolatori, ma ciò non presenta alcuna convenienza:
la riparazione e la sostituzione dei componenti usurati hanno
un costo sproporzionato rispetto alla domanda di calcolatori d'epoca.
In alternativa gli ingegneri del software sono in grado di scrivere
programmi che emulano il comportamento dell'hardware. Il principale
inconveniente dell'emulazione è che richiede una specificazione
dell'hardware da emulare indipendente, per evitare di dover emulare
un sistema per poter leggere le specificazioni necessarie a emularne
un altro.
Per comprendere meglio il problema si può traferirlo sui documenti cartacei:
Un testo antico può essere conservato o traducendolo in una lingua moderna o copiandolo nel suo idioma originale. La traduzione è comoda perché non ci obbliga a conoscere la lingua originale, ma non conservare anche il testo in lingua originale può comportare una perdita di informazioni non individuabili. Se si copia il testo in lingua originale nulla va perduto, ma occorre mantenere la conoscenza della lingua originale.
| "Libro e biblioteca -
Manuale di Bibliografia e Biblioteconomia" | di Enzo Esposito |
| "Le malattie del libro - Le cure ed i restauri" | di Alfonso Gallo |
| "Storia e potere della scrittura" | di Henri-Jean Martin |
| "I monaci di Cluny" | di Glauco Maria Cantarella |
| da "Nuovo progetto lettura 2"
Il ruolo della Chiesa | di Michel Rouche |
| brani da "Società e storia 1" |
|
| brani da "Testi nella storia 2" | |
| brani da "Testi nella storia 3" | |
| da "Le scienze" numero 319 marzo 1995:
La conservazione dei documenti digitali | di Jeff Rthenberg |
| "Nuovissima enciclopedia illustrata" |
|
| Intervista al bibliotecario di Villa Quadrio |